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Italia sicura: scopri qui cos’era e perché il Governo, attraverso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, decise di creare questo ente.

Da qualche mese, il Governo ha deciso di chiudere Italia sicura. A spiegarne il perché è lo stesso ministro dell’Ambiente Sergio Costa che afferma di voler chiudere con “enti inutili”. Pare, però, che non sia solo questo il motivo per cui tale ente sia stato sospeso dall’attuale governo pentastellato. Infatti, pare che il legame con il governo Renzi, ideatore di Italia sicura, si tra le cause della decisione presa in quanto definito uno “spot di Renzi” che creò Italia sicura per presidiare le grandi emergenze, come quelle del dissesto idrogeologico. Italia sicura, e la sua missione, non è stata ritenuta efficace nei casi di emergenza in cui sarebbe dovuta intervenire perché non c’erano, sempre secondo l’attuale Governo, competenze adeguate al suo interno. Così facendo, sono state tolte competenze al ministero mentre nell’assegnazione degli appalti, accusano, ci sono stati affidamenti rivedibili.

Di cosa si occupava Italia sicura?

Il compito di Italia sicura era quello di “svolgere un lavoro di integrazione di competenze e di coordinamento dei ministeri dell’Ambiente, delle Infrastrutture, dell’Agricoltura, dei Beni culturali, dell’Economia, e poi anche delle Regioni e di altri 3.600 enti sparsi sul territorio sul tema delle opere di contrasto al dissesto idrogeologico”, queste le parole di Erasmo D’angelis, ultimo coordinatore di Italia sicura, intervistato da ilfattoquotidiano.it.

Quando Renzi, nel 2014, creò tale ente era per via dei problemi, come detto, nel settore idrogeologico. Nel settore idrico, ad esempio, per quel che riguarda la depurazione degli scarichi urbani, c’erano ancora Regioni che versavano in uno stato di arretratezza per quel che riguarda le opere di ammodernamento, senza contare la mancanza di investimenti in tale settore. Si riteneva che “il Paese che ha inventato tremila anni fa acquedotti e fognature“, non possa più ritrovarsi all’ultimo posto in Europa nella gestione e nel trattamento delle acque reflue urbane, ma anche nell’inquinamento dei corsi d’acqua che mette l’Italia e le sue Regioni a rischio di sanzioni europee per centinaia di milioni l’anno. Per questo e per tanti altri problemi a ciò correlati, viene riformulata la Delibera Cipe 60 che all’inizio del 2012 stanziava 1.6 miliardi per 183 opere nelle Regioni del sud Italia. La maggior parte di tali opere non sono state né progettate né messe in cantiere.

Dunque l’obbligo, oltre che politico, secondo il precedente Governo ideatore, diventava etico: disinquinare e avvicinarsi agli standard di efficienza e qualità di molte Regioni italiane.

L’importanza della depurazione nel servizio idrico integrato

Quella della depurazione delle acque, ad esempio, è una delle fasi finali, nonché più importanti, del servizio idrico integrato. Essa viene preceduta dalla captazione e distribuzione di acqua resa poi potabile e dalla successiva raccolta fognaria. Consiste nel trattamento fisico e/o chimico degli scarichi reflui urbani e degli eventuali reflui industriali, a cui fa seguito l’immissione delle acque depurate nei corpi idrici ricettori e lo smaltimento dei fanghi ottenuti nel processo (Servizio Idrico Integrato).

Appare chiaro come la fase di depurazione abbia un ruolo fondamentale per quel che riguarda la protezione ambientale, in quanto consente l’immissione nell’ambiente dei reflui prodotti solo dopo l’avvenuta stabilizzazione degli stessi. Questa è una misura di salvaguardia per fiumi e mari, per la conservazione della biodiversità, per la tutela della salute pubblica e, infine ma non per ultimo, per la valorizzazione dei territori.

Obblighi comunitari e nazionali

Riportiamo, testualmente, gli obblighi comunitari e nazionali con la Direttiva in questione:

La normativa di riferimento in materia di trattamento dei reflui è la Direttiva 91/271/CEE – recepita dall’Italia con il D.lgs. 152/2006 (e ss.mm.ii, cosiddetto Codice dell’Ambiente).

La Direttiva prevede che tutti gli agglomerati con carico generato maggiore di 2.000 abitanti equivalenti (a.e.) siano forniti di adeguati sistemi di reti fognarie e trattamento delle acque reflue, secondo precise scadenze temporali, ormai già passate, in funzione del numero degli abitanti equivalenti e dell’area di scarico delle acque (area normale o area sensibile).

In particolare:

entro il 31/12/1998 per il trattamento dei reflui in aree sensibili per agglomerati > 10mila abitanti equivalenti (a.e.);
entro il 31/12/2000 per il trattamento dei reflui per agglomerati > 15mila abitanti equivalenti (a.e.)
entro il 31/12/2005 per il trattamento dei reflui per agglomerati > di 10mila e < di 15mila a.e.;
Lo stato della depurazione in Italia

Su quest’ultimo segmento del servizio idrico integrato, l’Italia registra un ritardo infrastrutturale grave e persistente, che si configura come una vera e propria emergenza nazionale. Numerosi Comuni italiani sono infatti sprovvisti di adeguate reti fognarie e di impianti per il trattamento dei reflui.

In particolare:

la copertura di fognatura e di depurazione deve ancora essere ampliata rispettivamente al 7% e al 22% della popolazione italiana (Co.N.Vi.R.I. 2011, ISTAT 2009);
il mancato o inadeguato trattamento degli scarichi fognari configura una diffusa e generalizzata situazione di illegalità sul territorio nazionale, con particolare penalizzazione per il Mezzogiorno (D. Lgs. 152/99);

Dopo questa parte, doverosa, concludiamo con il dire che adesso c’è il bisogno di non rallentare il processo avviato, e ora sospeso, da Italia sicura e che, nonostante la chiusura, si possa continuare sulla strada della protezione delle Regioni più soggette a rischio e, chiaramente, dei cittadini in termini di idrogeologia e dunque tutto ciò che poi ne deriva.

Italia sicura ultima modifica: 2019-02-11T12:09:46+00:00 da Bolletta Energia

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